Isole che Parlano - XIX Edizione

dal 5 al 13 settembre 2015

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Quali e quante lingue utilizzano per comunicare le Isole che Parlano?
Ogni anno qualcuna in più. A volte le dimenticano per lasciare spazio alla nuova arrivata, altre volte ne rinnovano la conoscenza. Di fatto, con tante edizioni alle spalle, sentiamo la necessità di formalizzare il nostro percorso. Forse è per questo che ci siamo dati come obiettivo “l’esperanto”, la più utilizzata e conosciuta lingua ausiliare internazionale,  ideata tra il 1872 e il 1887 dal polacco Ludwik Lejzer Zamenhof. Esperanto sintetizza la speranza, è metafora dell’attesa e del saper aspettare, implica un guardare avanti e si pone come obiettivo il dialogo tra i popoli e la tutela delle minoranze. Presuppone una convivenza pacifica e armoniosa, in opposizione e contrasto con il concetto di cultura egemone. Idealmente è una lingua semplice che appartiene all’umanità, che non rappresenta uno stato, che va oltre i confini territoriali virtuali e reali, che  preserva  i contenuti di base e li veicola con una grammatica semplice, che aiuti a porre in comunicazione i soggetti appartenenti a culture differenti.  In questo senso l’esperanto mette insieme regole, vocaboli e fonemi di molte lingue, incluse quelle minoritarie a rischio di estinzione, rappresentando un esempio di democrazia.

La riflessione va traslata sul Festival Isole che Parlano, un progetto che arriva alla diciannovesima edizione cercando di dare risposte alla tensione esistente tra tradizione ed innovazione. La risposta, tra pulsione verso l’innovazione e la conservazione della cultura viva, avviene nella fotografia, in cui il reportage in bianco e nero preserva la memoria storica, nei laboratori, in cui l’approccio multilinguistico del fare arte crea un ponte ideale tra le differenti discipline, nella musica, dove i generi musicali sposano un’ideale rosa dei venti facendoli convergere tutti nel nostro territorio. Quale esperanto cerchiamo ad Isole che Parlano? Davvero vogliamo riscrivere sintassi e ideare una lingua di laboratorio? La nostra linea guida è un’altra: prendere atto, scoprire, nel senso di sollevare ciò che ricopre, dare visibilità all’esistente e metterlo in comunicazione. Forse più che un esperanto siamo orientati ad espugnare la torre di babele, per liberare la ricchezza espressiva dei dialetti, le assonanze e dissonanze tra culture vicine e lontane.

Nel nostro diciannovesimo viaggio convivono strumenti inventati da Görkem Şen ad Istanbul, veri e propri ibridi coniati nella cortina tra oriente e occidente, le tradizioni antiche quanto l’alba tramandate da Tarek Abdallah & Adel Shams El-Din che fanno rivivere lo splendore della civiltà musicale egizia, la contemporaneità espressa nell’estremo nord Europa dal norvegese Thomas Strønen, capace di reinventare la pulsione ritmica in relazione alle nuove tecnologie, strumenti come i kolkes in cui si identifica l’intera comunità lettone, dalle sonorità argento espresse da Laima Jansone,  il canto a tenore, che risuona circolarmente nel granito della Roccia dell’Orso, la stessa ipnotica circolarità  a cui si affidano i clarinetti di Marco Colonna.
Karolina Cicha & Bart Palyga fanno dell’esperanto la chiave del loro “9 language”, un tuffo nell’aria culturale e musicale che Ludwik Lejzer Zamenhof ha respirato, Letizia Battaglia testimonia con le sue immagini la sconfitta dello stato civile, getta sale sulle ferite di chi, come noi, ha conosciuto il secolo scorso.

Ma i bambini e ragazzi dei nostri laboratori – guidati da Alessandro  Carboni, Vincenzo Beschi e Irene Tedeschi della PInAC di Rezzato, Maurizio Mantani – sono pronti a confermare a noi stessi che Isole che Parlano ha un senso profondo, una funzione sociale e una ricchezza molto più importante di centinaia di sconfitte.

E per questo che Esperar, aspettare in spagnolo, è la risposta certa che arriva dal tema di quest’anno: l’attesa della ventesima edizione che già da ora annunciamo come la più bella festa che si possa immaginare!
Vi aspettiamo!

 

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