Mercoledì, 23 Aprile, 2014
   
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ISOLE CHE PARLANO
Festival Internazionale di Musica Teatro e Arti Visive
Fra Tradizione Popolare ed Eterodossia

XIII Edizione
Palau - 7/13 settembre 2009

 

Scarica la cartolinaCanzoni su assi di legno è il tema della XIII edizione del festival Isole che Parlano.

Le canzoni sono il cuore pulsante e gioioso del 'vaudeville' contemporaneo di Amanda Jayne and The Murder of Crows, della dolce vocalità di Ewa Wikström e i Dodó, del blues cupo che colora il recital di Leila Adu, sonorizzano il mondo fragile e rotondo delle bolle di sapone di Michele Cafaggi.

Le assi di legno sono la base del carillon ‘bambola’ del Circus Delirium, costituiscono l'anima organologica degli archi al femminile del V.O. Quartet, sono il cuore ‘sottopelle’ delle percussioni della Fanfara Burek e del batterista Oriol Roca, sono le canne delle launeddas di Andrea Pisu e i tasti della fisarmonica di Bruno Camedda capitanati dall'eclettico Riccardo Pittau.
E poi ancora pugni di versi, dilatati (tra la campagna di San Giorgio e la Roccia dell’Orso) nei vocalizzi di su Contrattu de Seneghe e 'a Cumpagnia ' (canti a paghjella della vicina Corsica).
E dopo una settimana animata nei laboratori a misura di bambini e vecchi da Noemi Bermani, Andrea Martignoni, Simone Ciani, Alessandra Angeli e Agostino Aresu, il cerchio si chiude con la follia balcanica e l'impeto solare della Boban y Marko Markovic Orkestra (guest Riccardo Pittau), anima e cuore dei capolavori di Emir Kusturica.

Fare 13 continua a sintetizzare, nel nostro immaginario, l’accesso a un mondo in cui la fortuna arriva dal cielo - generosa, rigogliosa, vitale - per sanare una vita terrena fragile e precaria.
Dai primi mesi del 2009 circa 10.000 migranti ogni mese hanno attraversato il deserto del Tenere per raggiungere l'Europa e l’Italia. Vengono dagli stati dell’Africa occidentale e centrale e raggiungono il Niger spesso con mezzi di fortuna. Gli scatti di Alfredo Bini ne immortalano il viaggio via terra che prosegue affidato a fragili assi di legno e a imbarcazioni precarie, vinte dal mare e dall'indifferenza ad occhi chiusi dell'occidente.
Sommando tutti i rituali scaramantici di cui siamo culturalmente in possesso, con il rito del saluto al mare affidiamo i loro sogni alla più dolce melodia atavica e alla bellezza del cielo stellato.