Isole che Parlano ...di fotografia

Alessandro Penso, Lesvos

giovedì 8 settembre
ore 21,30
Centro di Documentazione del Territorio
via Nazionale 113, Palau

Lesvos
di Alessandro Penso
inaugurazione mostra fotografica

 

Riflessioni sull’etica di un mestiere
 
Alessandro Penso si racconta
lezione/incontro con il fotografo

 

la mostra, realizzata in collaborazione con Associazione Ogros, rimarrà aperta fino al 30 settembre

 


 


Per la sezione fotografia arriva a Palau Alessandro Penso, fotoreporter e vincitore del World Press Photo 2014. 

La mostra “Lesvos” è il risultato del suo lavoro sui migranti che è stato scelto dal Time come progetto fotografico dell’anno. 

“Quando stavo lavorando insieme al fotografo Santi Palacios, abbiamo visto che alcune delle coppie che stavano arrivando piangevano. Ci siamo avvicinati a loro, erano afghani, e abbiamo potuto constatare che il loro bambino era deceduto durante la traversata”

Alessandro Penso

Lesvos è un’isola fino a poco tempo fa a noi pressochè sconosciuta, arrivata alla ribalta della cronaca della vita europea per l’immane tragedia in cui è stata coinvolta.
Secondo l’UNHCR, nel  2015 sono arrivati in Grecia via mare circa 850.000 rifugiati. Di questi compresi i bambini, circa 500.000 sono sbarcati sull’isola di Lesvos, avanposto a otto miglia nautiche dalla costa della Turchia. Pur rappresentando il cuore nevralgico dei flussi migratori, Lesvos non è preparata a supportare una pressione antropica di questo tipo e non ha nulla da offrire ai rifugiati – principalmente siriani, afghani e iracheni,  perlopiù  richiedenti di asilo e migranti – che sono arrivati ​​lì. Una volta raggiunte le spiagge d’Europa, i profughi proseguono il loro lungo viaggio attraverso l’interno montuoso dell’isola, odissea seguita da giorni e notti trascorse nei campi profughi affollati, dove mancano le condizioni di prima accoglienza, non è assicurato un posto in una tenda e vengono meno le condizioni di base per la ricezione, come i servizi igienici e le docce. È in questi inadeguati e mal gestiti campi di accoglienza che i rifugiati devono aspettare per periodi relativamente lunghi, al fine di ottenere la registrazione necessaria per proseguire legalmente il loro viaggio attraverso la Grecia e continuare a credere nel miraggio della speranza offerto dalla fortezza Europa. I migranti arrivati nella zona nord dell’isola, la parte maggiormente esposta alla migrazione, sono  costretti a proseguire a piedi per 50 km, fino ad arrivare (dopo un tragitto a piedi di 2 o 3 giorni) nell’area del porto della città, dove li attende una lunghissima fila per la richiesta dei documenti e dove la polizia decide se accettare o meno la richiesta di asilo.
Alessandro Penso evidenzia le restrizioni che hanno limitato il suo lavoro di reporter nell’isola di Lesvos “la polizia mi faceva aspettare in macchina, mi allontanavano dalla spiaggia, pur trattandosi di aree pubbliche”. Dall’altro lato il fotografo denuncia che la polizia costiera distruggeva le barche che arrivavano ed ometteva il soccorso ai rifugiati, lasciandoli morire. Il fotografo, vincitore del Magnum Foundation Emergency Found, segnala che uno dei principali problemi in Europa è il regolamento di Dublino e evidenzia che nel 2011 il 99,5% delle richieste di asilo sono state respinte dalla Grecia. Questo ha fatto si che i rifugiati si siano trovati in più casi a interrompere il loro viaggio in una nuova forma di prigionia, ossia nei CIE: “La Grecia è l’unico paese che detiene i migranti nei centri per 24 giorni, una violazione del diritto europeo che prevede come tempo limite 18 mesi”.  Con il governo di Tsipras (2015) si è registrata la chiusura di diversi centri e si è iniziato a permettere il transito dei profughi ma senza alcuna pianificazione. Se in qualche modo si è trattato di un gesto politico per costringere l’Europa ad aprire gli occhi di fronte al dramma dell’emigrazione, dall’altro lato, fino al mese di ottobre 2015, non c’è stata alcuna assistenza. Il fotografo evidenzia il ruolo negativo dei massmedia nella vicenda e li cita tra i principali responsabili della perdita di empatia ed umanità da parte dei cittadini.
Nessuno riflette sul fatto che i profughi stiano scappando dalla guerra, che sono esseri umani smarriti che hanno perso tutto, tantomeno i cittadini si interrogano su quello di cui hanno bisogno. Dall’altro lato il fotografo evidenzia come i siriani si siano organizzati ed hanno fatto richiesta dei loro diritti, ricordando alle istituzioni europee che non sono né animali né, tantomeno, turisti, bensì persone che fuggono da una guerra sanguinosa. Allo stesso tempo Penso evidenzia che, proprio a causa della pessima attitudine da parte dei media, si sia spianata la strada ai partiti nazionalisti, vincolati con l’estrema destra, e l’apertura a discorsi xenofobi. Si sostiene che siamo oggetto di un’invasione, quando in realtà parliamo del 0,3% della popolazione europea. La paura, ancora una volta, si mostra come lo strumento più efficace per strumentalizzare, convincere la gente ed eliminare la capacità di pensare e riflettere sul dramma che stiamo vivendo.

 

maggiori informazioni su Alessandro Penso

ANTEPRIMA DELLA MOSTRA “LESVOS”:

 

 

 

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