Capa e Dondero Quando la fotografia è una pratica etica

Incontri a Villanova e a Nuoro con il grande fotogiornalista In occasione della mostra dedicata al reporter ungherese

 

di Antonio Mannu

NUORO. Robert Capa e Mario Dondero. E’ nato da una casuale coincidenza il doppio appuntamento con Dondero e l’opera di Capa, con la fotografia «onesta e necessaria». Che per Dondero, figura originale del fotogiornalismo italiano, è una sorta di “servizio reso alla comunità”. Sabato mattina a Villanova Monteleone, negli spazi di Su Palatu dove, sino al 30 marzo, è possibile visitare la sua mostra “A proposito di Robert Capa”, Dondero ha incontrato gli alunni della scuola media dell’istituto “Eleonora d’Arborea”. Domenica c’è stato un doppio incontro al museo Man che ospita, con successo, la mostra dedicata al fondamentale autore ungherese: “Robert Capa. Una vita leggermente fuori fuoco”. «Forse, se non avessi conosciuto il lavoro di Capa in gioventù, non sarei diventato un fotografo» ha affermato in entrambe le occasioni.

Due incontri, anzi tre, diversi ma ispirati dall’umanesimo del fotografo italiano.

«A Villanova l’incontro è stato allegro, con ragazzi attenti e curiosi nella loro gentile ingenuità» ha detto Dondero, che con studenti, insegnanti e pubblico ha parlato di storia e storie, anche personali, raccontando tra l’altro il perché della sua scelta adolescenziale di unirsi ai partigiani. «Avevo sedici anni, poco più della vostra età. L’ho fatto perché durante il periodo della persecuzione antisemita mia madre nascose in casa una famiglia ebrea. Non riuscivo ad accettare che degli esseri umani fossero perseguitati in quel modo e ho deciso di oppormi».

Raccontare la storia, raccontare la verità. «Per Robert Capa, uomo consapevole e schierato, questa era la miglior forma di propaganda. Durante l’incontro con i ragazzi ho cercato di accendere in loro la curiosità per questo mestiere, il cui compito, a mio avviso, è quello della testimonianza».

Al Man, domenica mattina, ha appuntamento con una troupe Rai per un’intervista. Che si trasforma in una estemporanea visita guidata alle immagini di Capa. Il fotografo le conosce e svela particolari poco noti: «Ecco, quest’uomo col fucile, che con altri si ripara dietro un’auto, è Henrì Rol Tanguy, comandante partigiano comunista, fotografato nell’agosto del 44 nei giorni della liberazione di Parigi».

E parla delle differenze tra Capa e Cartier Bresson, entrambi formidabili cronisti del ventesimo secolo, diversi anche nell’approccio alla fotografia. «Capa era istintivo e diretto, poco sofisticato nella costruzione delle inquadrature, semplici e quasi sempre frontali. Cartier Bresson era invece un vero architetto della fotografia, attento a linee e forme di immagini dietro le quali c’era anche una precisa estetica dell’istantanea». Il pubblico segue anche all’incontro serale guidato da Lorenzo Giusti, direttore artistico del Man. Che apre contestualizzando l’interesse di Dondero per Capa, partendo dal 1954: l’anno in cui l’ungherese muore in Indocina e Dondero va a stare a Parigi. Dove conosce tante persone che furono assai prossime al fotografo che raccontava la guerra. Tra questi Simon Guttman, fondatore insieme ad Alfred Marx dell’agenzia Dephot, l’uomo che nel 32 affidò a Capa il primo servizio importante, quello sul comizio di Trotsky a Copenaghen.

E l’incontro diventa una delicata lezione sulla fotografia, «attività voluttuosa e felice», sull’etica di un mestiere tanto mutato ma bisognoso, oggi più che mai, di verità e partecipazione. Perché, dice Dondero «ha ragione Kapuscinski quando sostiene che un buon giornalista non può essere cinico». Gli incontri sono stati organizzati da Ogros e Sarditudine in collaborazione con il museo Man e il Comune di Villanova Monteleone.

 

La Nuova Sardegna – 25 marzo 2014

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